IL RAGAZZO DEL MARE

 

Come ogni giorno, all’alba e al tramonto , lui era lì, su quella spiaggia che camminava, lasciando le sue impronte, che poi un ’attimo dopo il mare con le sue onde cancellava via. La brezza marina alzava al vento i suoi lunghi e mossi capelli neri che coprivano i suoi occhi color verde-scuro; le sue braccia muscolose erano il segno di tanti lavori svolti sulle stive delle navi. Ed era proprio per quelle lunghe traversate che faceva sulle imbarcazioni, che era stato definito “il ragazzo del mare”. 

Mai nessuno aveva avuto il coraggio di avvicinarsi a lui. Appariva a tutti come un ragazzo privo di sentimenti, freddo verso tutto e tutti; il suo viso presentava lineamenti duri, mai un sorriso su quelle labbra carnose, il suo sguardo profondo, mostrava in alternanza la luce della tristezza, della rabbia e del vuoto.

Raggiunse il suo scoglio, vi salì sopra, si sedette e si mise a guardare il mare che si presentava tranquillo e di un azzurro infinito; e nel lontano grandi strisce d'argento lo imbiancavano lunghe fino agli estremi orizzonti. La luce saliva dal mare, scendeva dal cielo, brillava nell'aria. Il mare era quieto e sicuro, solo un tremante margine di spuma sul lido tradiva il suo piacere di vivere. Ma in lontananza cominciò a scorgere delle nuvole nere e minacciose che si addensavano sempre di più e lui sapeva che indicavano l’arrivo di burrasca. Infilò la mano in una tasca e tirò fuori un’armonica, color argento, sul quale vi era incisa una data : 10 agosto 1921.La mise in bocca e cominciò a suonare una dolce melodia che si diffuse nell’aria; poco dopo lo vide arrivare, in tutto il suo splendore, illuminato dai pochi raggi del sole che  filtravano tra le nuvole, mentre sembrava che cavalcasse le onde dirigendosi verso di lui: era “il principe” dei mari, l’albatro, un uccello marino di colore bianco, con ali e coda parzialmente nere. Il suo volo in quell’istante era pulito e grazioso come quello di un aliante.

Si posò su uno scoglio davanti a quello del ragazzo e rimase lì immobile come se ascoltasse le note musicali di quell’armonica. Il loro incontro era avvenuto tanto tempo fa, su una nave che attraversava l’oceano. L’albatro era rimasto ferito in volo durante una tempesta ed era precipitato sulla sua imbarcazione e fu proprio lui che lo trovò imprigionato nelle reti, che lo riporto’ a casa, lo curò e gli diede la possibilità di riprendere il suo volo nei cieli, e da allora ogni giorno s’incontravano e si tenevano compagnia su quegli scogli.

All’improvviso, si alzò un vento fortissimo, il cielo si era oscurato e cominciò a piovere violentemente. Il ragazzo sentì dentro di sé come una fitta dolorosa, si mosse e si girò di scatto verso l’albatro che, nel frattempo, si era alzato in volo. Lo vide tentennare con le sue immense ali, non riusciva a prendere quota a causa delle forti correnti. Il mare era ingrossato e le onde si alzavano sempre di più fino a sfiorare le sue ali. L’albatro cercò di cambiare direzione per tornare verso la costa, il ragazzo fece dei passi avanti verso gli scogli come se volesse prenderlo con le sue mani. Vedeva l’uccello a fatica avvicinarsi, con il suo volo che si era fatto sempre più pesante, ma di colpo una grossa onda investì l’albatro, sommergendolo completamente, e lo portò ad infrangersi contro gli scogli che erano sotto di lui.

 Il ragazzo, allora, corse giù e mentre lo fece gli cadde dalle mani la sua armonica. Arrivò, si fermò e vide il suo corpo galleggiare sull’acqua, vicino ad una roccia. Si avvicinò lentamente, si inginocchiò e cercò di afferrarlo, ma venne trascinato via dalle onde e scomparve da sotto i suoi occhi, occhi che ora, erano diventati pieni di odio e la sua voce, rivolta al mare, gridò con rancore: ”Noooooo! Hai già distrutto la mia vita una volta, perché vuoi farlo ancora? Che tu sia per sempre maledetto!”.

Il mare sembrò sentire quelle parole e si scagliò con tutta la sua violenza su quegli scogli dove c’era lui, che fu travolto e trascinato via. Cercò di resistere nuotando, ma sentì che il suo corpo non aveva più forze, le onde avevano il sopravvento, sentì il tepore delle acque che lo sommergevano e in quel momento capì che nessuno poteva mai sfidare e domare il mare, come lui aveva cercato, erroneamente, di fare in tutti gli anni passati, perché rappresentava un elemento della forza della natura, che era indistruttibile.

“Terence, dove sei? Ti piace sempre nasconderti. Vieni fuori che la mamma ci aspetta sul ponte della nave, dobbiamo  partire”.” Papà sono qui”. L’uomo si girò e lo vide che giocava con dei gabbiani. Si avvicinò e gli disse :”Terence, andiamo che e’ tardi e poi guarda qua cosa ti ho portato”. Il bambino vide tra le sue mani un cappello da capitano e i suoi occhi s’illuminarono. Il  padre glielo mise sulla sua testa e lo prese in braccio, mettendolo seduto sulle sue spalle. “Allora, andiamo capitano?”. Lui mise la sua piccola manina di lato sulla fronte, come il gesto di saluto dei marinai, e disse :”Certo papà; un giorno voglio guidare anch’io una nave grande come questa e fare il giro del mondo”. “Sono sicuro che tu diventerai un grande marinaio, perché il mare è la tua vita e nessuno potrà mai togliertelo”.

Salirono sulla nave e raggiunsero il ponte dove c’era ad attenderli una donna. “Mamma ti sembro un vero capitano?” disse, mostrando il suo cappello. ”Certo, però i capitani salgono per primi sulla nave e non fanno attendere i passeggeri”. Ma il bambino non l’ascoltò , perché il suo pensiero e il suo sguardo erano già rivolti verso la banchina del porto che si allontanava sempre di più, con la nave che entrava in mare aperto. “Tuo figlio diventa ogni giorno più vivace”. “Secondo me assomiglia molto al padre”, e dicendo questo si rivolse verso il marito con un sorriso dolcissimo. Erano i primi d’agosto, e le giornate trascorrevano serene e felici. Terence aveva già visitato ogni lato della nave e passava intere giornate nelle cabine ad ammirare i macchinari e gli ingranaggi che facevano muovere l’imbarcazione. Amava stare davanti al timone con le sue manine appoggiate, perché aveva come la sensazione che lui fosse il dominatore dell’oceano con quella nave.

“Terence, è ora di andare a dormire, ti ricordi domani che giorno è?”. “Sì mamma, è il mio compleanno e diventerò più grande così potrò essere un capitano e guidare le navi”. “Certo, ma tu sei già un bravo capitano piccolo mio”. Lo prese in braccio, lo mise nel letto e gli diede il bacio della buonanotte.

Il giorno seguente Terence si alzò molto presto, correva e saltava dappertutto perché sapeva che era stata preparata una festa per lui. All’ora di pranzo si avviò insieme ai suoi genitori nel grande salone della nave e li quando entrò vide ad accoglierlo tantissime persone, la stanza era addobbata con palloncini colorati, fiori che splendevano appesi sui muri, l’orchestra che suonava e tanti regali messi insieme su un tavolo. Tutto questo era stato preparato per il suo compleanno. I suoi occhi brillavano di felicità.

Poi il padre lo chiamò a sé e gli disse :”Prendi questo pacchetto, e’ il nostro regalo per te. C’è un caro ricordo di famiglia datomi da mio padre quando ero piccolo e ora voglio che lo prenda tu e lo tenga sempre con te”. Il bambino lo scartò e vi trovò dentro un’armonica argentata su cui c’era impressa la data del suo sesto compleanno; oggi 10 agosto 1921.“Papà mi impari a suonarlo?”. “Certo, tienilo però sempre con cura mi raccomando”. “Parola di capitano, papà”. Mentre proseguivano i festeggiamenti, arrivò ai passeggeri un comunicato del capitano che avvisava loro che stavano per incontrare sul loro cammino una forte perturbazione e raccomandava a tutti di rientrare al più presto nelle loro cabine e di restarci fin quando non avrebbero attraversato la tempesta. Intanto il mare cominciò ad ingrossarsi, vento e pioggia arrivarono violentemente e sulla nave i passeggeri iniziarono ad avvertire degli ondeggiamenti dell’imbarcazione causate dalle forti onde. “Papà che succede? Andiamo a  giocare?”. “Terence, ricordati che quando un capitano da degli ordini su una nave, bisogna rispettarli, perché lui in questo momento conosce meglio di tutti la situazione del mare e vuole che tutti i suoi passeggeri siano al sicuro”. L’uomo allora di gran fretta prese il bambino e la moglie e andarono nella loro cabina. Le vibrazioni e gli scricchiolii della nave si avvertivano sempre di più, erano entrati nel pieno delle tempeste che infuriava.

“Papà, mamma dove siete?”. Terence si risvegliò spaventato dal suo lettino, alzò la testa ma non vide i suoi genitori. Allora  di corsa  uscì dalla sua cabina per cercarli. Percorse i lunghi corridoi della nave con i piedini scalzi mentre si sentivano ancora gli oscillamenti dell’imbarcazione. Arrivò sull’uscio della porta del pontile e l’aprì. In lontananza sotto la pioggia vide i suoi genitori che stavano aiutando dei marinai rimasti feriti a causa della tempesta. Loro erano dottori e la loro conoscenza e il loro amore era nato proprio durante un intervento in un campo militare. Ed anche in quel momento, erano lì insieme, a soccorrere chi aveva bisogno.

Il padre vide Terence e si diresse verso di lui. L’impeto del vento sembrò ad un tratto travolgere ed abbattere un gabbiano rimasto impigliato nell’ultima rete, sollevata dalla furia di quell’aria, diventata un sinistro mulinello. L’uomo, voltandosi, ritornò sui suoi passi, come se in quel momento niente fosse più importante del suo desiderio di liberare quel grosso volatile che, più si dibatteva più si aggrovigliava nella rete, gridando con disperazione. Lui aveva da sempre amato gli animali e per nulla al mondo avrebbe evitato di aiutarne qualcuno in difficoltà. Con la sua destrezza in poco tempo districò la zampa del gabbiano, che pur sentendosi finalmente libero, non scappò subito ma, quasi in segno di gratitudine si avvicinò all’uomo, si fermò e lo guardò finché incrociò il suo sguardo col suo. Solo allora riprese il volo, come se quella tacita intesa servisse a far riprendere a ciascuno la sua strada.

Sul viso di Terence si vide nascere un sorriso e i suoi occhi brillarono, era orgoglioso di avere due genitori così. Non fece in tempo a dirlo a loro, perché arrivò subito dopo una grossa onda che invase il pontile, che trascinò e spazzò via con sé tutto, con una violenza incredibile. I suoi genitori scomparvero da sotto i suoi occhi e non li vide mai più perché il mare li aveva ingoiati per sempre.

 ”Ehi! Alzati! Vieni a giocare con me?”. Terence sentì al suo risveglio una voce e qualcuno che lo scuoteva. Era un bambino. “Allora vieni con me? Perché sei disteso sulla spiaggia? Stai dormendo? Guarda sei tutto bagnato e sporco di sabbia!!! Dai, voglio farti vedere una cosa!”. Terence aprì lentamente gli occhi, si alzò traballante da terra e chiese al bambino :”Sei solo? Dove sono i tuoi genitori?” e lui rispose :”Guarda là, stanno arrivando” indicando con il dito verso il mare. Lui si girò e vide il mare illuminato dalle prime luci dell’alba. Si cominciò a vedere lo spettacolo della danza delle ondine e delle perline e ad un tratto vide le perline trasformarsi in tanti piccoli uccelli bianchi. Non poteva crederci: si strofinò gli occhi e guardò meglio. Era proprio così, tutte quelle ondine e quelle perline luminose pian piano prendevano vita, si alzavano in volo e si trasformavano in gabbiani, che si avvicinavano cantando e gridando gioiosi. “Ogni giorno i miei genitori dal mare mi guardano, mi proteggono e mi mandano i miei amici gabbiani, in modo che io possa giocare e scherzare con loro”. Terence si girò  e vide che aveva il sorriso sulle labbra mentre pronunciava quelle parole. Il bambino poi tirò fuori dalla sua tasca un oggetto e lo mostrò al ragazzo dicendo:” Questo l’ho trovato alcuni giorni fa su uno scoglio, sai suonarlo?”. Terence lo guardò e riconobbe la sua armonica argentata e i suoi occhi s’illuminarono. “Se vuoi posso aiutarti ad imparare ad usarlo, però promettimi che lo terrai sempre con te”. Il bambino con uno sguardo pieno di felicità fece cenno di sì con la testa. Allora Terence, lo prese in braccio e se lo mise sulle sue spalle, come faceva suo padre da piccolo con lui, e camminando lungo la riva, con intorno i gabbiani che volavano, cominciò a suonare l’armonica. Ora aveva capito che, quel mare che gli aveva tolto tanti anni fa i suoi genitori, ora glieli aveva restituiti per proteggerlo e loro l’ho avevano fatto quando era stato trascinato in acqua salvandolo dall’annegamento. Adesso nei suoi occhi si vedeva una luce diversa, era ritornato nella sua anima ad essere il bambino allegro e felice che il mare aveva conosciuto.

Mariasssunta